Riforme scolastiche - di Nuccio Ordine


Francesco - Posted on 22 novembre 2008

I momenti di protesta e di agitazione, al di là delle ragioni contingenti che li animano, dovrebbero diventare anche un’importante occasione per discutere in maniera più radicale il futuro della società nella quale viviamo. E non c’è dubbio che il futuro di un Paese civile si poggi soprattutto su due colonne portanti: il diritto alla conoscenza (scuole, università, istituti di ricerca) e il diritto alla vita (tutto ciò che rientra nella salvaguardia del corpo e dell’ambiente che ci circonda).

 

Assottigliare lo spessore di queste due colonne – attraverso tagli indiscriminati e raschiamenti sempre più massicci delle risorse – significa esporsi al rischio altissimo di un cedimento catastrofico delle strutture su cui la società si regge. Le giuste e sacrosante proteste di queste ultime settimane – giuste e sacrosante ma tardive: non va dimenticato che il processo di degenerazione era già iniziato con il progetto di riforma voluto da Berlinguer – hanno sottolineato, tra l’altro, la necessità storica che lo Stato continui ad essere il primo attore in materia di insegnamento, formazione della nuove generazioni, ricerca. La scuola e l’università hanno bisogno di sostegni concreti e non di progetti di legge che, in maniera più o meno velata, segnano il disimpegno dei governi verso l’istruzione e la ricerca pubblica. A furia di tagli e di pseudo-rivoluzioni degli ordinamenti, scuole e università, a poco a poco logorate e svuotate dall’interno, finiranno per diventare gusci vuoti.  
 Ma le “aperture” del governo di questi ultimi giorni non bastano. Non bisognerà abbassare la guardia e la pressione dovrà continuare a farsi sentire. A fianco a questi obiettivi, però, bisognerà individuarne altri di ordine più generale e ugualmente vitali per il futuro dell’insegnamento e della ricerca. Studenti e professori, assieme, dovranno interrogarsi anche sui loro specifici ruoli per capire in che maniera, dall’interno, ciascuno potrà dare un contributo per arginare la deriva (ipotesi pessimistica) o per migliore l’esistente (ipotesi ottimistica). Mi limiterò a suggerire qualche tema di riflessione a partire dalla mia esperienza di docente in una facoltà umanistica.
 Inizierò, naturalmente, dai professori. A partire dalla riforma del 3+2, il ruolo del professore è radicalmente mutato. Nel corso di questi anni la vita “politica” all’interno dell’università ha considerevolmente condizionato l’insegnamento e la ricerca: il fare e il disfare gli ordinamenti, l’istituzione delle scuole di specializzazione, la riforma dei dottorati, la moltiplicazione degli organi di governo, la creazione di commissioni di studio, la partecipazione ai vari organi collegiali (consiglio di facoltà, di dipartimento, di corso di laurea, di dottorato) hanno assorbito molte energie finendo per “burocratizzare” sempre più la funzione docente. Lentamente, la centralità della didattica e della ricerca è passata in secondo piano. E ciò è accaduto anche perché le riforme hanno puntato a rendere più leggeri i programmi per facilitare lo “scivolamento” degli studenti verso gli “obiettivi” finali (superare gli esami e conseguire la laurea nei tempi prestabiliti). Quanti professori preparano con scrupolo le lezioni? Quanti professori insegnano con passione e impegno le loro discipline? Quanti professori prestano attenzione agli studenti? Quanti professori giudicano esclusivamente sulla base dei meriti? Rispondere a questi interrogativi significa valutare la qualità dell’insegnamento. Un professore, per essere un buon insegnante, dovrà essere soprattutto un instancabile “studente”: senza lo studio quotidiano difficilmente potrà fare ricerca e difficilmente sarà in grado di alimentare in se stesso la passione necessaria alla trasmissione del sapere. Negli ultimi anni è sempre più difficile conciliare vita “politica” e amore per l’insegnamento e la ricerca. Senza una riflessione autocritica, c’è il rischio che la figura del professore si trasformi a tal punto da perdere completamente la sua secolare identità.
 Spetterebbe agli studenti un ruolo di primo piano per ostacolare questo pericoloso processo. Dovrebbero essere loro i migliori “giudici” dei professori. A nessuno, più che a loro, dovrebbe stare a cuore la qualità dell’insegnamento. Ma gli studenti esercitano in maniera adeguata la loro funzione di controllo? Si battono per avere tutto ciò che serve alla loro formazione? Da quando ho cominciato a lavorare nell’università, gli studenti hanno alzato la voce soprattutto per rivendicare un maggior numero di appelli di esame o qualche seduta di laurea straordinaria. E, al di là di qualche singola lamentela personale o di un esiguo gruppo, raramente la protesta di massa ha riguardato la necessità di tenere aperte le biblioteche fino a tarda sera anche di sabato e domenica (come avviene in tante università del mondo) o di offrire una seria valutazione dell’insegnamento (i professori arrivano puntuali? spiegano con chiarezza? offrono programmi in grado di coinvolgere l’uditorio? preparano le lezioni? rispondono alle mail? rispettano gli orari di ricevimento?).
 Riportare al centro del dibattito nelle università insegnamento e ricerca diventa sempre più urgente e necessario. E, indipendentemente dalle legittime battaglie contro assurde riforme e tagli devastanti, spetta ai professori e agli studenti esercitare al meglio la loro funzione. Anche le piccole rivoluzioni individuali possono contribuire a far sì che l’incontro tra un docente e un discente si trasformi in un “miracolo”, in un contributo essenziale alla crescita della società e della vita civile. Altro ci sarebbe ancora da dire e da fare. Ma iniziare già a riflettere sui ruoli delle due componenti che animano l’università potrebbe essere un utile punto di partenza. Ecco perché, in questi giorni di protesta, ho sempre pensato che non interrompere l’attività didattica potesse essere un segnale simbolico ancora più forte: studiare assieme nelle aule con più impegno e poi moltiplicare, attraverso le cosiddette lezioni “alternative”, gli incontri anche in piazza e tra la gente. Limitarsi a contestare il decreto Gelmini, però, senza operare in noi stessi quelle necessarie metamorfosi che ci mettano in condizione di esercitare quotidianamente il nostro ruolo nella maniera migliore potrebbe trasformare un’importante e massiccia mobilitazione in un’occasione perduta.

 

- Nuccio Ordine -


 

 

 

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